Armando si ricordava di Jean, anche se un’estate l’aveva ospitata a casa sua. Era stata una delle tante volte in cui la n.1 aveva ospitato uno dei suoi tanti amici nient’altro.
Negli ultimi mesi però un po’ aveva conosciuto in parte la vita di questa piccola ragazza dai racconti di sua figlia, ormai stanziale a Taranto dopo la tappa in Francia.
Ricordo ancora la volta in cui era comparsa sull’uscio di casa mia a Firenze, amica di amici l’avevo invitata li per fare due chiacchiere e conoscersi meglio ma anche per fare conoscenza con la piccola Camilla, il terremoto dalmata con cui mi ero ritrovata a vivere da qualche settimana.
Jeanine era una ragazza sottile, piccola di statura e dai molti capelli lunghi e mossi ma soprattutto dal sorriso imperfetto ma meraviglioso di una luce indimenticabile.
Quando suono alla porta di casa appena aprii lo vidi immediatamente un sorriso che fluttuava nel buio del vano scala, un sorriso sereno e incontrollato, un sorriso di gratitudine e amore per ogni cosa esistesse su questa terra imperfetta.
Lo scorsi e ne rimasi incantata ma ahime per pochissimi seppur indelebili istanti, perchè oltre a quello scintillarono nel buio due occhi scuri che mi fissavano all’altezza del costato immobili, attenti e terrificanti, gli occhi di Iron, un enorme Rottweiler che avrei scoperto dopo la seguiva ovunque come un ombra.
E SBAM! la porta si chiuse con un frastuono che accellerò ulteriormente i battiti del mio cuore in subbuglio. Che diavolo era quel gigantesco esemplare dall’alito caldo umido che restava immobile accanto a lei? Mapoi perchè continuavo a invitare persone appena conosciute a casa infischiandomene delle regole di base della sicurezza e della sopravvivenza in terra “straniera”?
<<Jean sei tu? ma che cos’è quel cane?>>
e lei con quell’inconfondibile accento che ogni americano italoparlante conserva per tutta la vita mi rispose calma e serafica come sempre:
<<Ma è Iron!>> come a dire scherzi?? me lo chiedi davvero?
<<Ah certo, ma è enorme e qui camilla è un boccone perfetto per un esemplare così possente, non so se è il caso che entriate>>
Un sorriso di lei quasi lo potevo sentire dietro alla porta, un sorriso di sconcerto e di compassione per quella nuova amica italiana così sciocca e preventuta, quasi ignorante.
<<Lui è Iron, tranquilla non farà nulla è buonissimo.>>
Eccerto come avevo fatto ad essere così sciocca e preventuta, si trattava solo di un mastodontico esemplare di canide la cui faccia era praticamente all’altezza del mio cuore che certamente lui poteva sentire battere all’impazzata in preda al terrore, e poi quante volte da banbina mi avevano detto tranquilla non fa niente e poi mi ero ritrovata a correre all’impazzata inseguita o da un randagio o dai noiosissimi rumorosissimi aggressivissimi volpini della signora X?
Titubante, con mano malferma impugnai la maniglia della porta e la socchiusi tenendo il piede fermamente appiccicato alla base, in un vano tentativo di contenimento di un eventuale tentativo di sfondamento.
Loro due lì fuori sempre al buio immobili e immutate dall’istante prima dello schianto: due anime gentili, calme e sorridenti, due anime come fossero una sola che comprensive aspettavano che finalmente le facessi entrare nella mia vita.
Da quel momento molte cose sarebbero successe, molte le avrei dimenticate, come da copione di una vita in cui un ricordo anche bello spesso mi avrebbe provocato solo dolore e inconsapevolemente lo avrei schiarito fino a cancellarlo, altri li avrei un po’ camuffati e riscritti ma quello sarebbe restato nei miei occhi nitidoa e breve come una carezza.
Da quel momento lei era entrata nel mio cuore come una delle mie sorelle imperfette ma solo mie, guai a chi le tocca!
Lei e Iron, io e Camilla a Firenze, lontane da casa, dall’amore, dal mare, dalle vite che avevamo immaginato e sognato ma che sapevamo avremmo conquistato.
Lei la piccola ragazza con accanto il suo inseparabile amico Iron, sempre senza guinzaglio, silenzioso e incredibilmente imperturbabile qualunque cosa accadesse intorno a noi. Lei che aveva già vissuto almeno due vite prima di incontrare me e che nonostante tutto continuava ad avere una fiducia innata nelle persone, una fiducia senza paletti o limiti una fiducia inconcepibile che però mi faceva sentire meno avventata o sbagliata di quanto mi fossi sempre sentita.