Natale da sempre per Armando è una questione di famiglia seppure con lui non sia secondario il distinguo tra “famiglia famiglia” e “famiglia” e basta.
La prima è il gigantesco turbinante uragano composto di sorelle, fratelli e cugini oltre che di nipoti, zii, compari/comari di Armando: un coacervo di sfumature caratteriali ed eccessi non sempre incassabili senza danno per l’equilibrio psichico dei singoli componenti, soprattutto di terza generazione, cioè i figli come me; un fiume in piena che si nutre della parte della storia di Armando che attinge all’epoca dell’infanzia e della giovinezza da scapolo.
La seconda è la cerchia ristretta di donne a cui il Destino o il “Signore” per chi è credente, ha condannato il povero Armando per il resto della sua vita, una volta sposata la timida eppure caparbia ragazza dagli occhi azzurri e dai capelli corvini.
Lui, capo famiglia indiscusso e indiscutibile, maschio e direttore generale della sua famiglia inconsapevolmente convinto della naturale e scontata disparità di trattamento tra i sessi, è circondato infatti da 4 donne per di più dotate di certo valore, caparbietà e carattere.
Ho sempre voluto attribuire la sua rigida valutazione del genere femminile al brodo primordiale in cui è nato e cresciuto alle porte della seconda guerra mondiale, in quella Taranto povera, spietata, ipocritamente religiosa e comunista che viveva nell’isola. D’altra parte come avrebbe potuto sviluppare una visione flessibile ed equilibrata del genere femminile dopo essere cresciuto con mia nonna, generalessa un po’ pigra e poco empatica, matriarca spesso menzognera, ingiusta eppure pur sempre mamma?
Le donne per lui sono un genere di persona incapace di non mentire, di cui per questo fidarsi poco, i cui meriti seppure evidenti non sono riconoscibili alla stregua di quelli di un uomo, per cui fa più storia ed è argomento di conversazione il successo di un nipote maschio di quello di una figlia.
Tornando però al Natale: generalmente il Natale e i viaggi”speciali” sono appannaggio della famiglia e il Capodanno o le gite fuori porta o le crociere lo sono della “famiglia famiglia”.
Quel Natale era il secondo in cui avrebbe affrontato la stirpe delle donne di famiglia senza l’altro uomo che riequilibrava il genere maschile, dopo suo suocero, il silenzioso sornione eppure testardo cognato. Questa affermazione è decisamente irrispettosa per quegli altri uomini che si sono alternati o che pur essendo della famiglia sono sempre stati meteore o “secondari” nella valutazione dei pesi e degli equilibri famigliari e cioè i vari generi diretti e indiretti, mariti o fidanzati o promessi sposi che dir si voglia: il patriarca ora fa da contrappeso a ben 7 donne se non si contano le nipoti dirette e indirette.
Bojano è un piccolo paesino nella “regione che non esiste”: il Molise. Uno strano agglomerato di casette incongruamente disposte all’ombra di una montagna. Questo lo rende un po’ triste e molto freddo d’inverno, privo di quella dolce piacevolezza dei tramonti rossi d’alta montagna che pur nelle temperature più rigide scaldano almeno l’anima, coi colori del sole calante. Perché passarci il Natale o viverci e come mai una parte della famiglia sia finita lì è un’altra storia.
Quel Natale a dispetto della malinconia fredda del paesino di cui sopra la casa della nostra cuginetta era accogliente, decorata con ricercati dettagli, animata dalle nipotine ululanti e spenta da un’assenza ingiustificabile, quella dello zio.

Negli occhi di Armando sempre così razionale e imperturbabile nel lungo termine ho scorso per la prima volta una specie di timore che negli anni successivi forse avrei potuto definire paura, ma non ancora e non lì. Era solo un pensiero impalpabile che si affacciava dietro a quegli occhi nocciola scuro, senza fondo e senza parole: la vita si stava avvicinando al grande salto nel vuoto.
Si, perché per chi non crede in niente, come saprete la morte non è l’inizio di un bel niente se non il salto in impalpabile universo di polvere cosmica che si dissolve e non lascia traccia se non forse una qualche memoria di gesta nel migliore dei casi. Ed è questa la parola chiave alle spalle quell’ombra che ho intravisto: cosa resta della mia memoria e per quanto o per chi, cosa sono per loro ma soprattutto mi interessa o può fare differenza che me ne preoccupi?
Spesso mi sono chiesta dove andasse a rintanarsi nelle sue lunghe sedute di isolamento dalla realtà, dove finisse il suo sguardo mentre gli parlavamo e lui non c’era forse nemmeno per se stesso, se quelle sospensioni fossero anche dalla vita in senso assoluto e quindi fossero prive di tempo o fossero sospensioni solo dal momento contingente.
In quel Natale mi sono trovata ad osservarlo spesso in quei momenti, ho intravisto forse per la seconda volta delle lacrime tra le pieghe degli occhi, ma non ho capito nulla di più del piccolo Armando se non che a quasi ottanta anni è ancora impreparato ai sentimenti e alla vita, o meglio è indifeso, pur avendone vista tanta e avendo conosciuto il bene e il male assoluto.
E poi mi sono anche chiesta: chi può essere davvero preparato?