La Riccia quella mattina aveva la testa leggera quasi vuota o forse piena di Scirocco. Quel vento che spirava dal giorno prima e che quella notte era cresciuto a dismisura, riempiendosi di sale e acqua, si era infiltrato in ogni pietra, tra le ciglia dei passanti, nelle finestre malferme e tra gli alberi fioriti.
In poche ore il grande Scirocco era diventato il principe dell’isola, scandendo il tempo e decidendo cosa si poteva fare e dove si poteva andare.
Ogni attività davanti a lui si ritirava nelle case e nelle botteghe dietro a vetri incrostati di cristalli bianchi; come la marea, lasciava residui lungo i marciapiedi e tra i fiori d’arancio. Sull’acciottolato nero si affacciavano i gatti dell’isola, gli occhi socchiusi, il pelo mosso come praterie di grano, immobili a respirare quell’aria lontana, carica di altre storie.
I traghetti e le navi erano scomparsi, il porto era vuoto e polverizzato all’orizzonte da mille goccioline sospese. Quella mattina erano soli in mezzo al mare, un frammento di roccia nella bruma, tutt’intorno nemmeno un’isola, tutte quelle che nei giorni precedenti costellavano il blu che li circondava, erano state anch’esse risucchiate da questo vapore ovattato, rombante di acqua e sale polverizzati.
Decidemmo da Tarantini cresciuti a mare e vento di uscire per quelle strade battute dalla tempesta e quasi sinistramente disabitate. A mano mano che i nostri passi rotolavano giù per la strada che dal nostro piccolo albergo portava alla Marina Piccola, dietro le tende tirate apparivano bagliori di vita, comunque era pur sempre domenica e il pranzo Scirocco o no sarebbe stato in famiglia e sontuosamente esagerato come in ogni giorno di festa al sud. Quell’idea scaldò il cuore di ognuno di noi con un ricordo accogliente e profumato di salsa di pomodoro fresco assaggiato di nascosto dalla pentola, tra le risate di quattro bambine ribelli; di una nonna dagli occhi verdi come il bosco, le mani forti da contadina e il portamento fiero di una aristocratica fuori dalle righe; di una casa sempre aperta tra salici piangenti e gerani.
Lipari in quel respiro di intimità velata e per ogni attimo rubato a quella ventosa domenica degli isolani, fu casa.