Rieccola qui l’Estate, quella strana commistione di malinconia, sudore, polvere e vento e mare sempre solo mare dentro, giorno e notte il mare. Questa vecchia “baldracca”” direbbero in un “fottuto” film americano e credo che possa rendere l’idea per certi versi più per il suono brutale che per il significato elementare dei termini: una bella signora che ancora negli occhi può raccontare vita da venire e sogni e esperienze ma decrepita e putrescente in ogni altra cellula del suo corpo stanco, come un mucchio di alghe esposte al calore del sole su un bagno asciuga in secca, ti fa sentire la fatica che ogni giorno fa nel muovere le terga giù da quel letto per infilare un abito di lino suadente, quell’insulso foulard di seta d’oro e azzurro, per coprire il collo, le sue rughe profonde e le sue debolezze. Si l’estate per me è anche e soprattutto questo, una specie di meretrice dei sentimenti e del corpo, un ricordo che può far male come un pugno sotto alle costole o che fa ritrovare la libertà come in una corsa in bici giù dalla scogliera verso quei riflessi di diamanti.
E oggi eccola qui col suo pugno duro e il respiro di note suadenti: vorresti piangere ma stai sorridendo, senti il vuoto di un’anima stanca e la sconsideratezza di un bambino che di nascosto esce di casa ad esplorare il mondo nella terrifica “controra” delle sparizioni senza ritorno e dei fantasmi inconcepibili, nella tremolante luce verticale e polverosa della seconda metà del giorno.
Mi domando spesso in questi ultimi tempi cosa voglio essere, dove voglio stare, cosa voglio fare domanda questa che a volte contiene le altre due insieme in maniera irrimediabile e dolorosa. Penso a quello che qualcuno mi sta offrendo lontano da qui e provo riconoscenza eppure sento che allontanarmi ancora di più di così dal mare della mia vita potrebbe significare non vedere più alzarsi dal letto la vecchia megera e me con lei.
Penso spesso che chi sono e cosa faccio potrebbero non essere la stessa cosa anche se la creazione dello spazio della vita degli altri per me è vitale, pur non volendo ammetterlo, per paura forse delle conseguenze logiche che assumerebbero all’interno delle mie elucubrazioni, forse per stanchezza di quello che implicherebbe farlo per altri infiniti anni, alle regole che seguo oggi che non sono le mie regole.
Armando in questo è stato bravo caparbiamente ha seguito il suo cuore di marito e padre ma anche di visionario imprenditore, che con quella miseria che c’è nelle nostre terre e città non era scontato, ed è riuscito a farsi seguire a sua volta, immaginando ogni volta nuove strade, non sempre imboccate tempestivamente, è riuscito ad unire la gente invece di accettare che ognuno lottasse contro gli altri perché come si dice spesso senza capirne veramente il senso, l’unione fa la forza. E l’unione non è corruzione o intrigo, come qualcuno ha creduto di poter raccontare in giro ultimamente ma è composizione di conoscenze, è due più due che è più di due per ben due volte, è un territorio che si ribella alle lobby del paese che non ci riconosce come un suo pezzo vitale, alle sue alleanze di “industriali da generazioni” e Stato, per depredare la conoscenza e sciattare la forza, l’identità e l’amore per le proprie origini che abbiamo anche noi del sud ma per sfinimento o forse bisogno di serenità e di vite “normali” accantoniamo infondo all’anima per non stare troppo male ogni giorno. Ma questa è un’altra storia che vi racconterò un giorno, quando potrò guardarla da lontano senza provare delusione e sconfitta per quello che non cambia mai e chissà, forse, se riuscirò a convincerlo, lo farò proprio con le parole di Armando.
Oggi però è il giorno della megera, di quella sirena che mi chiama verso il mare con un suono inarrestabile e che non posso permettermi di ascoltare per mancanza di soldi, la benzina costa davvero troppo e qui il mare è davvero lontano almeno per i miei standard e per le mie tasche. E’ uno di quei giorni in cui l’unica cura sarebbe l’oblio tra le onde trasparenti e lente di un mare tarantino, indolente e fresco, un mare così trasparente che non hai mai paura di affogarci dentro, un mare che ti fa credere di poter respirare sott’acqua come un pesce e dio solo sa quante volte l’ho sognato, di respirare come un pesce intendo, con la bocca aperta e senza branchie.
Ma sono qui in questo silenzio assordante di uccelli e spighe che si muovono e frusciano e cambiano colore, un dono della natura meraviglioso e incredibilmente sorprendente ma non sono acqua sulla pelle, sotto alla schiena, tra le dita, negli occhi, sulle labbra.
Quando la strega arriva con questa potenza di bisogno carnale è dura, la odio anche se è la mia preferita e lo sa, la vorrei cancellare da quelle finestre e fuggire lontano e avere tanto freddo da non sentire più il confine corporeo della pelle e gli odori e i suoni ma non posso muovermi da qui.
L’Estate di assenza e malinconia e mare e famiglia lontana e acqua a perdita d’occhio fino all’orizzonte e oltre, quell’estate è qui accanto a me sul bordo di questo letto e mi trattiene e mi anestetizza e mi fa compagnia e chiudo gli occhi e penso ad Armando sulla sua barchetta, con quel buffo cappello sulla testa pelata tra le sue donne bambine, con la sua caparbia e beffarda maniera di superare la vita e le sue domande con un’incrollabile meticolosa routine, col suo sorriso che cela sempre delle ombre è vero ma non contano poi tanto perché solo alcuni possono vederle, con le sue poche rughe e i tanti anni, vedo Armando in controluce coraggioso e tenace e allora la lascio lì, la megera, al bordo del letto, salto giù e riparto ancora una volta anche io.
quanto vorrei che tutti ti vedessero come ti vedo io zia
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Ciao Pesciolino mio! Non sai quanto mi fa sentire meno sola che tu sia qui anche se lontana.
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