Qualche anno fa, sicuramente prima della pandemia di Covid 19, la riunione di famiglia aveva avuto come sfondo una delle isole che punteggiano il mare attorno alla Sicilia, nell’estremo meridionale del Mar Tirreno.
Mettendo da parte tanta precisione descrittiva, perché proprio oggi mi sia venuto in mente quel colore di mare contro quell’aridità della terra è come sempre un mistero ben sepolto nella mia testa. Sono ore che cerco di spulciare gli istanti e le immagini che intravedo tra le cortine fumose che l’affollano domandandomi se la sensazione che ho appartiene ad una delle mie Lipari o a Lampedusa, come se poi fosse la stessa cosa…
Seguendo un processo meramente deduttivo, chiedendo qualche indizio alla Riccia e spulciando qualcuno dei miei ultimi scatti dall’attitudine analogica approdo a Lampedusa, per la prima volta dopo quasi quattro anni e due mesi.

Finalmente la rivedo, non solo battuta dal maestoso Scirocco di una domenica di Pasqua come tante ma anche assolata e secca, accecante in una luce improvvisa di sole scaraventato giù da un aldilà tangibile, tra nuvole scure e piene d’acqua.
Un pranzo al sacco due bambine ancora paffutelle di infanzia e innocenza che trotterellano dietro ai passi veloci di Armando e della sua stirpe più prossima, lungo una strada di pietra bianca e cani randagi.

Il profumo di origano selvatico, impercettibili sentori di liquirizia e polvere, punteggiature di aglio selvatico descrivono il sentiero che ci porta alla prima spiaggetta per noi anonima ma non meno protagonista della ben più nota spiaggia dei conigli.
Il vento leggero è finalmente amico e portatore di storie meno cupe di quelle che ci ha vomitato addosso nei giorni precedenti. Oggi riesce a sussurrarci parole musicali volate via da mondi colorati e a volte anche felici al di la di quell’orizzonte netto in cui ognuno dei due protagonisti fa esattamente la sua parte senza incertezze: il cielo è cielo, il mare solo mare e il loro incontro è una precisa perfetta linea blu.
Ognuno è perso dentro un suo pensiero, i piedi che ascoltano solo la sabbia sulla pelle, le mani affondate nelle tasche io cammino tra mare e spiaggia fino alla scogliera. Le piccole costruiscono villaggi di conchiglie e parchi di alghe ed erbe selvatiche: sono così morbide e rassicuranti con le loro gambette bianche e le manine indaffarate che per un attimo tutto il resto potrebbe non esistere senza che in alcun modo possa accorgermene o averne paura.
Macchie di colore su questa tavolozza uniforme di sassolini e scoglio parlano di sopravvivenza e speranza eppure non riesco a credere che esista, non in questi giorni infiniti di guerra in Europa, ancora più vicina che mai. Per questo quella giornata è ancora più tersa e limpida e silenziosa che mai nei miei ricordi, per questo sento che sia il posto giusto dove cercare rifugio. Lo scoglio perfetto da cui ricostruire pezzi di vita che continuano a scivolare via tra le dita incontrollatamente come granelli di sabbia.
