Armando ogni volta che poteva ricomponeva la piccola brigata di fratelli, cognate e cugini anch’essi muniti delle rispettive consorti e si imbarcava in gite o viaggi rocamboleschi alla ricerca della giovinezza perduta, di quell’età felice eppure durissima che li aveva visti poveri, un po’ straccioni, sicuramente incoscienti, ma inguaribilmente sorridenti, suonatori e incontenibilmente incapaci di non prendersi gioco del prossimo.
Quello strano anno di cifre tonde aveva affollato la piccola angusta tavernetta di Armando con quella combriccola di giovani vecchietti ormai acciaccati, chi più chi meno sul limite della sordità o della perdita di senno. Si era aggiunto al gruppo qualche pronipote e “mammina”, la quasi novantenne mamma di una delle mogli del cugino poeta, quello dai grossi baffi bianchi, che con uguale semplicità raccontava barzellette o recitava versi in dialetto tarantino, spesso carichi di una malinconia da togliere il fiato.
Ultimamente la mia memoria fa cilecca sempre più spesso direi e l’incubo dell’helzeimer mi attanaglia lo stomaco: chissà forse per questo scrivo di nuovo dopo anni di silenzio con me stessa. Non mi va più di restare nel limbo della non vita, l’unica possibile per riuscire a superare piovosi inverni senesi senza pensare al suicidio per overdose di indifferenza e grettezza morale, quella che ti trasforma ogni giornata in un fluido incosciente silenzio di emozioni e sogni.
Che dicevo…ah il 2020, l’anno che si ripete. Quel capodanno ero indecisa se restare lì in balia del vento di mare o rintanarmi in qualche isolato albergo in un posto qualunque a leggere un libro e andare a letto presto con dei bei tappi nelle orecchie. Mi vinse il mare, come sempre per altro e premia fortuna, e restai con l’intento di respirare ogni sorriso, ingoiare ogni racconto, assaporare ogni canzone urlata a squarciagola; restai immaginando ogni singolo antipasto che avrei preparato, ogni singolo bacio che avrei dato, ogni istante infinito in cui mi sarei persa nei miei pensieri facendo finta di essere lì ma sentendomi comunque molto sola e incompiuta.
l Capodanno per tanto tempo è stato uno dei giorni più bui per diversi motivi: sentimentali, volendo restare nel campo del banale e comune al cinquanta per cento della popolazione mondiale senza problemi seri; di incapacità di simulazione dell’eccitazione sfrenata e incontenibile per un conto alla rovescia che non ti vedrà partire nello spazio su una fiammante navicella ma solo per una nuova alba impuzzolita di polvere da sparo e spumante o champagne di buona qualità, per più fortunati o snob a seconda di come la si veda; di malinconia per quel tempo che si ostina a correrete facendoti assaporare granelli di polvere tra i denti mentre scorgi in lontananza qualcosa di sicuramente importante ma ormai troppo lontano per poterlo riafferrare tra le dita.
Quell’anno iniziato con un meraviglioso vestito nero a palle arancio bronzo ero stata quasi felice, come racconta una foto con la ciurma dei parenti nello sfondo di un mio incredibile sorriso rilassato e soddisfatto per gli aperitivi pronti. Quell’anno avremmo perso molto di quella spensieratezza e alcuni di quei piccoli mondi.